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Throwback

Breve viaggio nella Techno. Prima tappa: Detroit.

By 07/12/2016 Novembre 14th, 2018 No Comments

Con la terza ondata il futurologo Alvin Toffler intendeva quella moltitudine di tecnologie che avrebbe cambiato drasticamente e definitivamente il nostro modo di comunicare, dal computer al telefono a internet, al cyberspazio.

Correva l’anno 1971 e Toffler non si stupirebbe di come la tecnologia sia entrata in ogni anfratto della nostra vita, del nostro modo di comunicare e di come continuerà a farlo. In tutto ciò ci sarebbe stata una categoria secondo il sociologo, i cosiddetti Techno Rebels composta da coloro che non si sarebbero piegati al potere della tecnologia, usandola in modo da sfuggire al sistema e non venendo inglobati da essa.
Cosa centra questo con la musica Techno? La spiegazione migliore l’ho trovata nelle parole del primo fondatore del genere Juan Atkins

La mia musica non è che l’unione di vari suoni generati da computer, e io sono un tecnico non un musicista, un tecnico con sentimenti umani.

Da qui si generò il nome che utilizziamo ancora oggi per definire un ampio genere musicale. Esso nominò subito il movimento nato a Detroit a inizio anni 70 e la terza ondata fu d’ispirazione per i nuovi adepti di questo genere: i primi progetti ebbero infatti nomi derivanti da un ispirazione Toffleriana come “Cybotron” e “Metroplex”.

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Il fatto che si sviluppò in una città come Detroit fu tutt’altro che casuale. Dopo il 1970 nella città del Michigan ci fu un progressivo fenomeno di deindustrializzazione e spopolamento e l’emigrazione della maggior parte della popolazione bianca (white flight). Cosi la città si trovò con una downtown quasi completamente spopolata e decadente e le immense borgate semi deserte popolate da afro-americani costretti a vivere in condizioni socioeconomiche precarie.

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Inoltre l’immenso tessuto industriale della città è stato quasi completamente abbandonato lasciando posto a immensi “cadaveri”, spazi enormi, sconfinati lasciati li senza che fossero più di nessuno. Questo contesto quasi post-apocalittico di povertà, segregazione e abbandono fu terreno fertile per la creatività degli abitanti del posto.

In Europa il Synth-pop già circolava ampiamente e la musica elettronica era una realtà consolidata mentre in America rappresentava ancora una nicchia molto piccola e poco esplorata. Di grande ispirazione furono pionieri come i Kraftwerk o Giorgio Moroder. I tre principali iniziatori di quella che sarebbe diventata la Detroit Techno furono Juan Atkins (il primo in assoluto), Kevin Saunderson e Derrick May. Cominciarono a suonare mixando i vari generi elettronici provenienti dall’Europa mescolandoli tra di loro in miscele mai viste anche con Jazz e Funky. Nacquero nuove etichette e nuovi progetti musicali (come Cybotron e Model 500).

La città divenne un pullulare di feste in varie zone ex-industriali abbandonate e fatte rinascere dalle proprie ceneri dall’immensa forza comunicativa ed evocativa della musica. Il genere prese piede, anche se non divenne mainstream, ma fu trasmesso dalle cosiddette Black Radio che trasmettevano a basse frequenze. Presto la voce del nascente genere si diffuse anche in Europa.
Alla fine degli anni 80 i due locali di riferimento per la Techno furono il “Music Institute” ed il “Shelter”.

Gli artisti invece Jeff Mills, Carl Craig e il canadese Ritchie Hawtin. E si formarmono due collettivi musicali Underground Resistence e Plus 8. Nel 93′ avvenne il contatto con la scena rave che rese i suoni più duri e acidi. In ogni caso la Techno di Detroit non era più un fenomeno locale anche se in America trovò molti ostacoli nei produttori che la consideravano un genere di serie B. In Europa invece attecchì più facilmente (perché appoggiata e sponsorizzata dai maggiori brand) seppur ibridata con le culture musicali locali. Di base in America rimase un genere underground mentre in Europa sempre più mainstream col passare degli anni.

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La Techno nacque cosi nei decadenti viali di Belleville (sobborgo di Detroit da dove proveniva Juan Atkins) in un contesto di segregazione razziale e decadimento industriale in un disperato anelito di creatività dettato dalla necessità dei cittadini di riappropriarsi di ciò che era loro, dei loro spazi, dei loro diritti, della loro città.

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

 

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