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Throwback

Da Manchester con amore: New Order, un documentario alle origini del mito

Ieri insieme a Keith Flint dei Prodigy (rave in heaven) e a Luke Perry/Dylan McKay di Beverly Hills 90210 (rest in Porsche) pare siano morti anche gli anni ’90. Nonostante l’usura del tempo e gli urti della vita, l’overdose di citazionismo e le overdose di eroina, gli anni ’80 sembrano invece passarsela piuttosto bene.

Fra le ultime, inequivocabili testimonianze di ciò, la scelta dei New Order di pubblicare in largo anticipo – necessita virtù, visti i tempi infami che corrono… – rispetto alle canoniche, noiose scadenze di precetto (nel caso specifico, il quarantennale che cadrà nel 2021) un documentario nuovo di zecca intitolato “Transmission” e dedicato al loro primo, seminale album Movement. Più che un disco, una condizione mentale. Generata dal lungo addio di Ian Curtis, che aveva costretto i Joy Division ad asciugarsi in fretta le lacrime per mettersi alla ricerca di una nuova direzione sonora e di una nuova immagine pubblica da dare in pasto al famelico pop inglese.

Irrequieto, confuso e imperfetto, proprio per questo così affascinante, “Movement” riflette con disarmante lucidità quel momento di transizione e metamorfosi, lasciando trasparire un filo di luce oltre l’opprimente coltre di sintetizzatori e drum-machine, delineando in lontananza, tra lo spleen fatalista delle chitarre, quell’ innato senso per la melodia che caratterizzerà la lunga strada della band capitanata da Bernard Sumner e Peter Hook (dal vivo in Italia il 12 luglio al Lucca Summer Festival).

 

Il tutto, mentre là fuori, sotto i cieli plumbei di Manchester, impazzavano i ritmi tribali dell’Hacienda; mentre Tony Wilson surfava l’onda post/punk più sperimentale e avanguardista con la sua Factory Records; mentre nelle viscere musicali della città covava il seme della follia che stava per trasformarla in “Madchester”: estasi e tormento della rivoluzione chimica ormai imminente, pronta a sbriciolare definitivamente i confini tra rock e club culture, fondendo i due mondi in una cosa sola sul dancefloor. Come mai era avvenuto prima.

“Movement”, le sue canzoni, la sua storia e i suoi retroscena allegri e depressi rivivranno dal 7 marzo sul canale YouTube dei NO. E con esso rivivranno i sogni di un’intera generazione e quelli di tutte le generazioni che i ‘glory days’ mancuniani hanno potuto solo immaginarli o al più appiccicarli a qualche poster, sparando a palla pezzi come “Dreams never end” o “Everything’s Gone Green”.

 

 

Oppure rimanendo inchiodati alle grafiche di Peter Saville, altro fenomeno emerso da quel fiume in piena di visioni, nevrosi e creatività allo stato puro. Ispirato al futurismo di Fortunato Depero, il suo lavoro per la cover di “Movement” fu una delle primissime grafiche che realizzò e tuttora rimane una delle più iconiche.

Dirà in seguito:

 “Avevo sviluppato una consapevolezza e un interesse per il movimento futurista in quel periodo e ho condiviso questo sentimento col manager Rob Gretton e il gruppo quando erano a registrare l’album. Ovviamente c’era una sinergia immediata con il titolo proposto e anche l’essenza del loro suono emergente. Ricordo di aver pensato che anche Marinetti avrebbe amato i New Order!”.

Per approfondire, esiste una valanga di musica – da A Certain Ratio a The Durutti Column, passando per Shark Vegas ed Happy Mondays –, due libri imprescindibili – “Shadowplayers” e “Factory Records. The complete graphic album” e il film straculto “24 hours party people”. 

In attesa della prima puntata di “Transmission”, ovviamente.

 

 

 

 

 

 

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