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Atmosphere

Deda’s Atmosphere

By 17/10/2018 Dicembre 4th, 2018 No Comments

Mi ritrovai a Bologna, dove conobbi Deda.

Ci incontrammo nella piazzetta di San Giuseppe, dove un tempo vi era un centro sociale molto importante, dove sono passati e cresciuti moltissimi artisti. Fu un’esperienza unica: la passione e la curiosità contraddistinguono Deda, per un viaggio cronologico e temporale nei diversi generi musicali che formarono lo stesso artista. Il punk hardcore, l’esplosione dell’hip hop, il primo album dei SangueMisto e l’esperienza di Katzuma: parlammo di questo e di molto altro.

 

 

Bologna è sempre stata una delle mie città preferite, tornarci mi emozionò molto. Camminavo per le vie principali del centro. In un attimo da via dell’Indipendenza mi ritrovai in Piazzetta S. Giuseppe dove un tempo c’era un importante centro sociale. Si chiamava l’Isola nel Kantiere, oggi ricordato come INK. Insieme a me c’era Deda, ma soprattutto c’era la sua passione per la musica.

“Mi innamorai della musica sin da ragazzino, sono quarant’anni che sono malato di musica. Ho iniziato ad ascoltare musica in maniera appassionata grazie a qualche amico ma soprattutto grazie ad un cugino, il quale mi regalava dischi per poterseli registrare per sé”, mi disse molto emozionato. Il primo disco che bramò di avere fu quello dei Kraftwerk, Man Machine. In quel periodo, dalla seconda metà anni 70 iniziò ad ascoltare la new wave, ma fu il genere del punk/punk hardcore che lo colpì più di ogni altra cosa, quando Deda aveva circa 14 anni.

Deda visse a Ravenna fino all’età di 16 anni, ricorda con piacere i suoi primi concerti da spettatore a Bologna, al Casalone. Un po’ come tutti, poi, prese parte in un gruppetto punk, si chiamavano “I Reddit Duck”. Fecero parecchi concerti: “Io e il mio gruppo aprimmo persino un concerto ai Fugazi, al Leoncavallo di Milano”, mi raccontò con piacere.

Si trasferì poi a Bologna, definitivamente. Lo fece l’anno prima che venisse occupato il centro sociale, dove ora ci trovavamo. “È stata un’esperienza incredibile”, mi disse: già, perché quella scena musicale coinvolgeva tutti quanti e i centri sociali erano gli specchi vivissimi di ciò che stava accadendo. All’Isola nel Kantiere venne per la prima volta Dave Grohl, ancora minorenne, insieme al suo gruppo di allora in cui suonava la batteria, in linea con il genere hardcore punk. Il gruppo si chiamava SCREAM e lui conosceva molta gente di Bologna. “Pensa che un paio di pomeriggi andammo insieme a Grohl a giocare a biliardo in un bar qui vicino”, mi disse sorridendo. Sì, perché l’Isola era frequentata da moltissima gente a livello internazionale ed i gruppi punk- hardcore che vi transitavano hanno portato, dall’America, le prime cassettine e dischi di Public Enemy, piuttosto che gli NWA.

I contenuti del primo hip hop erano molto vicini al genere punk-hardcore: era nuova musica che si addiceva bene a quella che venne definita come “la stagione delle posse”. Nacque così il progetto di “Isola Posse All Stars”, nel 1991, fu uno tra i primi album di rap in Italiano, e quindi un primissimo approccio con l’hip hop in Italia. Dietro a questo progetto vi era un collettivo, tra cui lo stesso Deda, insieme a Neffa, Speaker Dimo, Papa Ricky, e tanti altri: “fu un approccio molto istintivo, legato all’entusiasmo del momento, ma anche un periodo particolare, soprattutto a Bologna come situazione sociale e politica” mi disse. Quel tipo di rap con un messaggio politico veniva molto naturale.

L’hip hop aveva ormai preso piede da una decina di anni e fu la folgorazione più grande a livello musicale per Deda: era un genere che stava per entrare nel suo periodo migliore, ma soprattutto si basava su una formula di campionamenti, cosa che non si sarebbe più potuta fare poi per motivi legali. Ma ogni disco hip hop era un insieme di campionamenti con tracce di funk, soul e a questo proposito aggiunse: “ogni canzone aveva una perla nascosta dentro, un riferimento ad un disco jazz, un disco di soul”. Questo fece sì che lo stesso Deda iniziò a produrre.

Nei primi anni 90 tutti si appassionarono all’hip hop, si iniziò con l’ascoltare le cose e poi ognuno provava a modo proprio, per tentativi ed errori, ed i risultati si vedono nei primi dischi di rap italiano di quel tempo. Mi raccontò che per un anno si rinchiuse in casa di DJ Ar (?), l’uomo dietro alla CenturyBox, importantissima etichetta musicale di Bologna di quei tempi. Con lui c’era Neffa, “un fratello maggiore”, così lo ricorda. In quest’anno di clausura venne prodotto il primo ed unico album dei SangueMisto, a cui partecipò anche Dj Gruff: il nome fu ripreso da quello di un collettivo bolognese di cui facevano parte. “Ormai ha compiuto vent’anni quel disco e ai tempi non ce ne siamo nemmeno reso conto della sua portata”, mi raccontò con molta naturalezza. Il disco venne inserito persino tra i cento album migliori in Italia dalla rivista Rolling Stones.

Deda mi confidò che il disco ai tempi non vendette nemmeno molto, ricorda concerti in cui vi erano massimo cento persone: invece, ancora adesso, ogni serata che fa, c’è sempre qualcuno che ricorda a Deda quanto i Sangue Misto siano entrati nel cuore di tantissime persone.
Con i soldi del disco, sia Deda che Neffa si poterono comprare la strumentazione necessaria per produrre in autonomia: entrambi si comprarono un campionatore, un 9 e 50. Sempre insieme a Neffa, Deda produsse anche i due dischi “Neffa e i Messaggeri della dopa” e “107 Elementi. Tra i brani, ricordiamo con piacere “Aspettando il Sole”, un successo notevole anche a livello di radio. “Mi ricordo che con Neffa, mentre andavamo a suonare da qualche parte ci ritrovammo a cambiare le stazioni radio ci capitava sempre di trovarla”, mi disse.

Mi ricorda però che nonostante tutto, a quei tempi, non era poi così vasto il pubblico che seguiva quel genere musicale. Ma fu proprio grazie a questi progetti però Deda conobbe molte persone, che ricorda con molto piacere. Si stava concludendo un ciclo, durato dieci anni. E così a fine anni 90 Deda iniziò ad esplorare altri lidi. Nel corso della sua carriera aveva collezionato moltissimi dischi ed album, ed iniziò ad appassionarsi alla Disco Music degli anni 80, genere per lui tabù fino ad allora. “Sono abbastanza maniacale, quando mi piace una cosa tendo a conoscerla a fondo”, disse. In quel periodo iniziò a mettere le mani sui giradischi, come dj. Il tutto iniziò come divertimento alle feste di amici per poi passare alle serate nei locali. Cosa che fa anche ora. Mi parlò molto della discomusic, notai in lui una grande preparazione, sostenuta da una grande curiosità: grazie alla Disco è nata l’Italo Disco e di conseguenza tutta la musica elettronica di oggi.

La sua passione e instancabile curiosità nella scoperta di nuovi suoni lo portò, dal 2005/2006, ad essere, come lui sì definì “un collezionista di Mp3”, grazie a molti blog nati sul web. “Grazie a questi mezzi riuscii a trovare dischi di cui avevo sentito parlare per tanti anni, ma che mai ero riuscito a trovare”, disse. Così nacque un nuovo progetto, Deda divenne “Katzuma”.

“Un progetto funk, disco con la mentalità di produttore hip hop”, mi disse sorridendo. Anche il nome, giapponese, fu scelto per gioco: “Ormai trovare dei nomi è dura, sai?”
Al momento il progetto Katzuma conta di 3 dischi e di una serie di mix e remix molto lunga. In Italia il progetto non ha avuto molta risonanza, ma ricevette delle belle soddisfazioni all’estero, dove il suo passato di produttore hip hop non era conosciuto, ma ricorda con molto piacere l’esperienza unica di aver stampato il disco in Giappone. Un suo pezzo venne persino postato su facebook da Joey Nigro: raccontarmelo lo emozionò molto.

“Dopo 15 anni che facevo musica, ho iniziato a studiarla”, mi sorrise.
Iniziò così a suonare e a studiare il pianoforte, quello che gli interessava davvero era capire a fondo ciò che stava facendo. Oggi suona le tastiere in un gruppo funk, sempre a Bologna, e si chiamano Bell Ringers: si capisce che è un progetto che lo rende molto sereno.
Al momento il progetto di Katzuma è ancora vivo, ma da qualche anno non produce più nulla.
La passione che ora lo nutre è la musica africana, iniziando dall’afrobeat e proseguendo in un mare vastissimo di ritmi e musiche diverse. Parlammo molto di questa nuova ondata di musica africana, mi interessò molto. La passione unita alla voglia di conoscere nuovi suoni è ciò che distingue Deda, un produttore curioso e insaziabile. “Se mi chiedessero cosa ho fatto negli ultimi quarant’anni, risponderei <ho ascoltato musica>”, e così ci salutammo.

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Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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