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Cult

Di sola notte si muore: il “micro-clubbing” come concetto utopico fra avanguardia e retromania

La tendenza aveva iniziato a farsi largo qualche annetto fa tra le strade di East London, zona Brick Lane, come “alternativa per pendolari al rave notturno” sospinta dalla recessione, dalla crescente difficoltà di ottenere licenze per bere fino a tarda notte e dai cambiamenti degli orari di lavoro, sempre più vari e flessibili. Tradotto: “Spendi meno che in discoteca, vai a letto prima e la mattina dopo sembrerà meno infernale: è un’economia intelligente”.

Pezzi grossi tipo Andrew Weatherall, Fatboy Slim e The Chemical Brothers sposarono la causa all’istante e tirarono indietro le lancette, iniziando i loro dj set all’ora in cui di solito in Uk ci si scola la prima pinta (molto presto):

“Possiamo suonare un set più libero e personale, per una folla più rilassata di quella che potresti trovare in un grande club e l’ingresso libero lo rende un processo democratico: è un’opportunità per dare ai fan qualcosa di speciale”. – Andrew Wheaterhall

Andrew Wheaterhall

Il discorso non fa una piega ma il fenomeno in realtà fu un fuoco fatuo. Effetto ciclico delle mode, alle soglie del 2020 il “micro-clubbing” ha guadagnato nuovo slancio e i promoter lungimiranti sono tornati a scommettere senza esitazioni su questo modello d’intrattenimento consapevole come prospettiva vincente per la nightlife del futuro. Rivisto in chiave critica, alla luce delle metamorfosi imposte dai tempi moderni.

E dunque, non più solo come utopistica idea di “discoteca diurna” (una contraddizione in termini) per curare la “sindrome del treno scorso”, bensì come ibridazione fra club,  spazio artistico polifunzionale e avamposto per incontri umani vari ed eventuali.

E’ più o meno il manifesto codificato da La Cabane, locale di Bruxelles che sta facendo parlare di sé ancora prima del decollo ufficiale, previsto per il prossimo weekend. E non certo per le maratone techno stile Berghain o per le follie edoniste che eccitano 24/7 il fluorescente popolo di Ibiza.

Bar, dancefloor, terrazza: meno di 400 posti e focus sulla qualità rispetto alla quantità. Obiettivo: “Creare un’atmosfera unica, in cui puoi davvero sentirti a casa”.

Con due additivi, teoricamente propedeutici ma non sempre supportati nella pratica: bella musica, impianto della madonna. Devoti al culto pagano del Paradise Garage, a diffondere sensazioni forti “for house lovers” hanno già convocato una sfilza di nomi caldi, fra cui Byron The Aquarius, DJ Fett Burger, Jus-Ed, Dusty Fingers, Mafalda e Marcel Vogel.

In Belgio, dove da sempre le grosse arene dettano legge, La Cabane rappresenta un elemento di rottura. Divergente, per questo interessante.

Ed è curioso notare come l’Italia, dove situazioni analoghe si stanno moltiplicando silenziosamente non solo nell’underground e non certo dall’altro ieri, rimanga ad osservare ossessivamente sedotta dalla fascinazione esterofila, quando in realtà – dagli after tea agli after hour, dai “Fuoriorario” alle piccole disco di provincia la domenica pomeriggio – analoghe esperienze di micro-clubbing, con virtù e vizi diversi ma con in comune il rito di ribaltare l’orologio per proporre una visione del divertimento nuova e capovolta, le avesse già sperimentate più di vent’anni fa. Dunque, l’eterno dilemma: avanguardia o retromania?.

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