Atmosphere

Dj Rocca’s Atmosphere

By 11/03/2019 No Comments

Mi ritrovai questa volta a Reggio Emilia, dove conobbi Luca, in arte DJ Rocca.
Ci incontrammo in uno storico negozio di dischi in una via periferica di Reggio: il Planet Music. Insieme ripercorremmo le tappe più intime della sua carriera, da quando era solo un ragazzino e già studiava flauto traverso al Conservatorio fino all’apertura del Maffia, un vero e proprio Club che per ben 15 anni fece ballare migliaia di persone. Parlammo di questo e molto altro.

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È giunto per me il momento di fare un’altra sosta. In Emilia-Romagna, precisamente a Reggio Emilia decisi di sostare. Mi recai in un negozio di dischi usati, che si chiama Planet Music, a fianco di una pizzeria al taglio. È un negozio storico il Planet Music, che è stato un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli appassionati di musica. Siamo in una via periferica, appartata e confortevole di Reggio Emilia. Qui incontrai Luca Roccatagliati, in arte Dj Rocca, ed insieme ripercorremmo la sua storia.

“La musica è stata per me, fin da bambino, una compagna di vita”, mi disse. Luca mi parlò dei suoi genitori come dei veri e propri appassionati di musica classica e lirica, tanto da scegliere per i loro due figli l’educazione del Conservatorio. Luca a dieci anni, insieme al fratello maggiore, faceva solfeggio al Conservatorio di Reggio-Emilia. Mi disse che suo fratello maggiore si diplomò in violoncello: proseguì poi i suoi studi al Dams ed ora insegna Musicologia all’università degli studi di Ferrara. Luca invece si diplomò in flauto traverso, e poi decise di fare il dj.

“In realtà scelsi due strade”, mi disse poi. Ancor prima di essere DJ Rocca, Luca concluse i suoi studi obbligatori e si diplomò come geometra. Tanto che svolse la professione di geometra fino ai suoi trentacinque anni. Così Luca fece sia il DJ, sia il geometra per molto tempo, fino ad un evento particolare: l’apertura di un locale proprio lì, a Reggio Emilia.

“Beh, cominciamo dall’inizio”, mi disse. E così mi raccontò di quando, a dieci anni, fu catapultato al Conservatorio. Un tempo il programma ministeriale dei conservatori includeva un corso di solfeggio della durata di 4 anni. Dopo il primo anno di solfeggio, si sceglieva lo strumento in cui specializzarsi. Ai tempi di Luca gli strumenti disponibili erano tre: lui ovviamente scelse la chitarra. “La chitarra era lo strumento top per i ragazzini” mi disse, perché in quegli anni era proprio il rock che comandava la scena musicale. Quindi scelse la chitarra ed era la scelta più gettonata.

Al secondo posto, nella sua scelta formativa, indicò il flauto traverso e lo fece per una ragione specifica: a quei tempi c’era un artista che appariva sempre in televisione. Il suo nome era Severino Gazzelloni, uno dei pionieri della riscoperta moderna del flauto in Italia.
Ovviamente non ci furono più posti per il corso di chitarra: fu la sua salvezza, perché lo studio del flauto traverso gli permise poi di passare, nel tempo, pure al sax.

Luca a quindici anni ebbe la folgorazione: ricorda che insieme agli amici si ascoltava le prime cassettine della Baia degli Angeli: “fu lì che tutto il mio futuro era in gioco, insieme al mio partner, Daniele Baldelli”, mi disse. Non ascoltava più quindi solo la musica classica, ma anche il funky di James Brown, la disco, tutto il genere black…tutte cose che nessun adolescente ascoltava in quel periodo. Ad inizio anni 80 infatti la musica che girava nelle discoteche era ben altro. Così Luca ed i suoi amici si sentivano alternativi e questo li portò a frequentare nuovi locali. “In queste discoteche facevano, a loro detta, <afro>”, mi disse: di afro aveva solo un piccolo aspetto, perché era in realtà

un mix di generi, ciò che si ascolta ora, mix di disco con un pezzo elettronico, con un pezzo afro, che per quei tempi era un fenomeno underground italiano di una certa estetica e di cerchia stretta. La dicotomia della musica classica che studiava con la musica che lo appassionava da teenager lo portò all’ennesimo progresso: decise di studiare la musica che più amava nella sua forma più eccelsa.

Luca lasciò così il conservatorio a 18/20 anni e decise di iniziare a studiare jazz.

“Mio fratello maggiore mi consigliò di studiare ciò che mi piaceva davvero”, mi disse. E così si approcciò al jazz, che non è altro che l’origine di tutti i generi musicali che più piacevano a Luca: il soul ed il funky.
Quasi fino ai suoi trent’anni studiò così jazz, comprava moltissimi dischi e imparò anche a suonare il sax contralto. Allora non c’erano delle vere e proprie scuole di jazz: Luca mi raccontò che frequentò un corso al dopolavoro ferroviario di Bologna, e ci andava in treno o in auto. Il corso era tenuto da dei jazzisti, ancora giovani allora: mi disse che il trombettista, ad esempio, suonò per molti anni nella band di Jovanotti.

Oltre alla passione per il jazz, Luca conservava comunque la voglia di andare a vedere i vari dj. A trent’anni la svolta: degli amici gli proposero di aprire un locale insieme. Accettò.
Il locale si chiamava Maffia.

Il Maffia si trovava a Reggio Emilia ed ebbe una lunga vita, dal 1995 al 2009.
Fu un locale di notevole importanza e nacque proprio in un momento di svolta epocale: si esauriva la scena grunge e divampavano nuove sonorità elettroniche, e spiccavano artisti di notevole portata quali i Chemical Brothers, i Prodigy. Il Maffia portò quindi in Italia la migliore scena dell’elettronica, e furono tra i primi a farlo. Luca si ritrovò quindi a coniugare le sue due più grandi passioni: gli amici con cui aprì il locale, avevano già pensato a lui nelle vesti di dj. “Così io in quegli anni ho davvero assorbito la cultura del produttore, del dj di musica”, mi disse. Per una decina di anni in cui Luca si divideva tra essere impiegato di giorno e dj la notte, perché si sa che in Italia fare il dj non è una professione lavorativa molto riconosciuta, come in tutto il resto del mondo. Un suo caro amico, socio del locale gli disse che quella non era la sua strada: doveva fare il dj, il produttore, il musicista. “Questa è la tua vita e questo è ciò che ti piace”, così gli disse.

Nel 2001 Luca decise di fare il grande passo: il locale andava molto bene e lui stesso iniziò a girare nei locali d’Italia a suonare come Dj Rocca. E così si buttò: “un momento migliore di quello non ci fu”, mi disse sorridendo. Subito dopo infatti ci fu la crisi nelle vendite della musica, i locali che subirono “bastonate” di leggi che limitavano l’affluenza.

Si ritrovò così ad essere imprenditore di se stesso: si fece strada e ancora oggi dj Rocca è un artista molto ricercato, le sue produzioni trovano un bel giro di fruitori.
Reggio-Emilia fu un luogo importante per la sua crescita: era una città dove si poteva sperimentare, anche se, allo stesso tempo era meno raggiungibile. Ricorda però con piacere come in realtà, moltissima gente, la maggior parte anzi, venisse da fuori, come da Bologna. La clientela frequentava il Maffia perché il locale rappresentava un vero club, come quelli di Berlino.

Parlammo a lungo del Maffia, 15 anni di locale sono molti. In questi anni Dj Rocca era il dj resident: “fare il dj resident è stata una grandissima ricchezza”, mi disse, e aggiunge: “tu ogni sera,

sostanzialmente, sei uno zelig: arriva un dj techno, devi aprire con la techno; arriva un dj funk, devi aprire con il funky; e così via. Quindi sei tu che alla fine impari un casino”. Per lui era come invitare la clientela a casa sua per educarla, e fare in modo che così si approcciasse all’ospite della serata: era, in poche parole, trovare la pista da ballo vuota e lasciarla al dj ospite piena. Tantissimi generi da sperimentare e tantissima gente da far ballare.

L’educazione ricevuta nei panni di dj resident fu importantissima: tant’è che decisero di organizzare dei veri e proprio corsi da dj al Maffia, insegnando sia teoria che pratica.

“Io sono per l’artisticità del mestiere”, mi disse. E così parlammo a lungo, mi parlò dei suoi molteplici viaggi all’estero e di come la clientela, rispetto a quella italiana, senta molto di più l’urgenza fisica del muoversi, del ballare e di non aver nessuna vergogna nel farlo. Ma mi parlò anche della sua città, di Reggio Emilia, un luogo di grandi artisti e di grande apertura musicale. Ricorda gli anni dei festival e dei concerti al palazzetto dello sport, dove si esibirono i Genesis, i Tangerine Dream, gli Iron Maiden, i Clash, gli Sonic Youth e molti altri.

Il nostro fu un vero tuffo nel passato, in un luogo pieno di significato: io e dj Rocca ci salutammo così, tra considerazioni del presente e riflessioni sul futuro, ringraziandolo per un averci fatto conoscere un intimo aspetto della sua crescita professionale.

Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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