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Cult

Il paradosso di Harvey Ball, l’inventore dello smile che non è mai sembrato felice

Giallo brillante, occhi ovali stretti, bocca leggermente decentrata: secondo l’azzardo di un giornalista dello Smithsonian Magazine, “simile al sorriso della Monna Lisa”.

Harvey Ball, professione grafico commerciale, lo disegnò di getto nel suo ufficio a Worchester, in Massachussets, in uno strano giorno del 1963.

Ad incaricarlo del lavoro fu la State Mutual Life Assurance, intenzionata a lanciare una “friendship campaign” per risollevare il morale dei suoi dipendenti, afflitti per via “dell’ambiente cupo e deprimente della città” e di chissà quali altri urti della vita. Il simbolo di positività che Ball avrebbe estratto dal cilindro, sarebbe stato poi appeso tipo poster alle pareti dell’azienda, oltre che sistemato sulle varie scrivanie come totem scacciapensieri. Ignaro che in breve tempo quel sorriso si sarebbe trasformato in un simbolo universale di pace e positività, oltre che in una gigantesca macchina da soldi, per la prima commissione Harvey Ball chiese 45 dollari come compenso: una sciocchezza.

Tantomeno si premurò di applicare un copyright all’immagine, rinunciando – col senno di poi – a cifre clamorose, data la rapida e inarrestabile diffusione dello “smile”, dagli Stati Uniti al resto del mondo: i figli dei fiori lo adottarono come ambivalente simbolo di opposizione (alla guerra del Vietnam) ed evasione (lisergica).

Dissodato dalla dilagante popolarità del movimento hippie, il terreno era ormai fertile per l’invasione definitiva: negli anni ’70 lo smile dilaga, le aziende di mezzo mondo cavalcano l’onda e iniziano a commercializzare una serie di oggetti con sovrimpressa la faccina, cancelleria ai braccialetti, dalle tazze alle borse. In particolare in Giappone, la smile-mania genera una semi psicosi collettiva.

E il bello doveva ancora venire, visto che nelle viscere dell’Inghilterra, complici le nuove magie della Roland TB-303 messe a punto dai pionieri americani e quindi amplificate dalla nuova brezza chimica  in arrivo dalle Isole Baleari, cominciava ad agitarsi quella che sarebbe divampata nel 1988 come seconda estate dell’amore, in un turbine di acid-house, rave infiniti e vestiti baggy. Addobbati, ovviamente, con tante, tantissime faccine sorridenti.

Che continuarono a sorridere, stavolta in segno di protesta e sberleffo, dinnanzi al faccione di Margaret Thatcher, quando iniziò ad applicare il pugno duro per reprimere l’inarrestabile ascesa del movimento.

Ball, intanto, rimaneva a guardare. Perplesso, euforico, chissà.  Con la testa fra le mani, ripensando al suo passato militare da colonnello e alla grande occasione perduta con la sua creatura prediletta. Limitandosi, al più, ad intervenire in qualche convegno posticcio.

In molti iniziarono a criticarlo “per la sua scarsa capacità nel far soldi“. A ragion veduta, visto che di soldi non ne fece proprio. Ma Ball era un idealista, un sognatore, non un imprenditore. E a chi gli rinfacciava di non esser tagliato per la ricchezza, lui rispondeva così:

“Hey, I can only eat one steak at a time, drive one car at a time…’.

Morì il 12 aprile 2001, all’età di 79 anni, a causa di un’insufficienza epatica dopo una breve malattia, proprio mentre – ironia della sorte – lo smile si apprestava a vivere una seconda giovinezza che dura tutt’oggi, amato, citato, reinterpretato: inesauribile fonte d’ispirazione per una varietà infinita di progetti grafici e altre applicazioni futuribili.

Chi l’ha conosciuto lo ricorda come “un uomo buono, che viveva con la speranza di regalare un sorriso a tutto il mondo”. Il suo, di certo, vivrà in eterno.

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