Atmosphere

Peak Nick’s Atmosphere

By 03/12/2018 No Comments

Mi ritrovai a Brescia, dove conobbi Peak Nick.

Lo incontrai al Lio Bar, un locale caratteristico e molto suggestivo, considerato da Nick una seconda casa. Insieme ci divertimmo molto, il suo racconto è stato un viaggio tra aneddoti ed esperienze emozionanti, tra i primi vinili toccati con mano ed i primi suonati in grandi locali. Il suo essere così gentile e così aperto, ci ha permesso di tornare indietro nel tempo e rivivere, insieme a lui, serate magiche, dal Plastic di Milano, all’Ink di Bologna, fino al Berghain di Berlino. Grandi esperienze ed un grande bagaglio musicale. Parlammo di questo, e di molto altro.

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Continuai il mio viaggio tutto italiano e sostai a Brescia. Qui c’è un locale, un bar, vecchio stile: si chiama Lio Bar è aperto da oltre vent’anni, ottimi cocktail, un flipper all’ingresso ancora funzionante ed una sala abbastanza ampia in cui si può ballare. In questo tuffo nel passato incontrai Nicola, o meglio: Peak Nick.

“Mi sono sempre sentito in un certo senso figlio d’arte”, mi disse. Sì, perché il padre di Peak Nick in passato finanziava una società di teatri tenda e seguiva le tournèè di numerosi artisti. Oltre a ciò, lo Zio di Nick, Giovanni Bonandrini, è stato uno dei primi importatori e produttori di musica jazz in Italia, tutt’ora considerato una delle personalità più influenti nel settore in quel periodo. Era responsabile di un centro di distribuzione di musica a Milano, noto con il nome di Hi-Fi Center. “Un sacco di gente andava a rifornirsi lì ad inizio degli anni settanta”, mi disse. Beppe Loda gli raccontò di aver comprato lì il suo primo disco dei KC and Sunshine Band ad esempio, e gli parlò del posto come di una mecca per i dj.

Sempre lo zio di Nick, figura fondamentale per la sua formazione, fu anche il fondatore della Società Phonocomp S.P.A. in provincia di Milano, azienda di produzione e incisione di vinili e cd, nonché etichetta discografica che ha operato per svariati anni per la Polydor S.P.A., la quale vanta un catalogo sterminato di uscite da Pink Floyd a Frank Zappa, da Kraftwerk a Depeche Mode. Da bambino Nick andava in visita con suo padre alla fabbrica dello zio, e ne ricorda la magia di quello studio direzionale in legno di noce, con una parete dove ci saranno stati almeno 20000 dischi. Ricorda anche la sala di incisione del vinile e quando arrivò la prima macchina per la creazione di compact disc e di come la paragonava ad una navicella spaziale vista la sua forma e dimensione. Tornava a casa sempre con un grosso pacco di dischi in regalo e tra le varie compilations tipo Dj Delights e gli album degli Art of Noise, iniziava così a fare conoscenza di artisti come Jean Michel Jarre Vangelis e Afrika Bambaata.

La frequentazione da parte dei suoi fratelli maggiori della discoteca Typhoon di Gambara e la conseguente comparsa in casa delle prime storiche cassettine registrate live da Beppe Loda nel mitico club completarono quello che è stato il suo background artistico prima di iniziare concretamente a fare il dj.

“Ho iniziato a fare il dj nel settembre del 1990”, mi disse. Una sera di giugno vide un dj di Radio Deejay selezionare musica e scratchare in una discoteca di Manerbio, sempre nella provincia bresciana. Rimase talmente folgorato che da quella sera l’unica cosa che voleva erano due giradischi ed un mixer per iniziare a suonare. Dopo aver distrutto i giradischi a cinghia ereditati da un vicino, in breve tempo acquistò i suoi primi giradischi Technics MK2 SL1210 che tutt’ora, ci tenne a precisare, continuano a fare il loro sporco lavoro. Nell’estate del 1992, momento fondamentale per la sua formazione, Nick si recò a New York, dove ci restò per quasi un mese. Lo zio Giovanni aveva qui un piccolo centro di distribuzione dischi e compact al JFK Airport, ma anche un’etichetta musicale, la Black Saint/Soul Note, con studi di registrazione a Manhattan.

“Ero abbastanza un techno-nerds in quegli anni” mi raccontò. Girava alla ricerca di dischi per le strade di New York ascoltando Surfing On Sine Waves di Polygon Window, un Aphex Twin sotto mentite spoglie, ma ricorda di aver avuto l’inconsapevole fortuna di assistere a una session negli studi dello zio di quella che seppe poi essere la Sun Ra orchestra. Tutta la sessione fu un’esperienza indimenticabile per Nick.

In quel periodo Nick iniziò quindi a suonare la domenica pomeriggio alle Cupole, uno storico locale appena fuori Manerbio, una struttura costituita due cupole argento risalenti agli anni ‘60. Come giovane promessa gli era stata riservata l’ultima ora, quella dalle 18 alle 19: prima di lui suonavano i dj più mainstream, che mettevano pezzi commerciali o revival, mentre Nick era già “intrippato” – così mi disse – con la techno di Detroit, la Plus Eight e la Warp record inglese. In breve tempo l’ora finale della domenica pomeriggio diventò il momento più atteso, tant’è che l’anno dopo il proprietario del locale creò per lui una sorta di sala priveè, dove dunque si esibiva regolarmente ogni domenica pomeriggio. Ed aveva solo 16 anni.

Da lì iniziò a lavorare per vari club locali e contemporaneamente “si faceva i suoi giretti”, mi disse sorridendo. Erano gli anni della prima ondata di house music. Ricorda così suoi i primi afterhour al Ranch di Jesolo, pizzeria con piscina e un magico Leo Mas Marras in consolle che suona Wistle Song di Frankie Knuckles; o quelli del Mazoom permeati dal sound dark di Maurice Joshua, Lil Louis e Liberty City, nei quali capitava che restasse fuori ore prima di riuscire ad entrare: “ero un gnariello di 16 anni che ne dimostrava 14 e volta sì, volta no, non mi facevano entrare” aggiunse con amara ironia.

Nel 1994, dopo aver frequentato per un anno il Plastic di Milano, decise di lasciare una cassetta con un suo dj set al direttore artistico Nicola Guiducci ed il weekend dopo si ritrovò a suonarci insieme, da dj resident, fino al 98. Ricorda il Plastic come davvero fondamentale per la sua formazione: “imparai tantissimo da Nicola Guiducci, il suo stile completamente fuori dagli schemi fu come un fulmine che si scagliava sulla mia tecnica. La sua libertà nel selezionare musica la sua capacità di trascinare il pubblico con fantasia negli accostamenti, la sua punk attitude, il cut up estremo…tutte cose che ancora non avevo visto espresse in modo così libero e a dir poco entusiasmante”, mi disse.

Una volta terminato il liceo, nel 1994 Peak Nick si trasferì a Bologna per proseguire gli studi all’università. Qui stava nascendo proprio in quell’anno quello che secondo Nick è stato il “Club” per eccellenza degli anni ’90: stiamo parlando del Link Project. “Fu un’esperienza irripetibile”, mi disse. Il LINK si trovava nei pressi della stazione centrale di Bologna, in via Fioravanti, che in origine era l’ex deposito delle farmacie comunali bolognesi, con una capienza di almeno 3000 persone. “Mi ricordo l’emozione di quando entravo il giovedì completamente ignaro di quello che avrei visto sentito di lì a domenica, ma proprio questo mi faceva sentire le farfalle nello stomaco”, mi disse. L’organizzazione del LINK PROJECT era complessa e ogni label interna aveva libertà di gestione di una delle quattro sale della struttura. Vi erano inoltre due laboratori di musica e video, un piccolo cinematografo, un ristorante e 2 bar interni. In quegli anni da lì ci passarono tutti, dai Suicide per la prima volta in Italia, agli Orb e i Coldcut dai suggestivi spettacoli di Socìetas Raffaello Sanzio e Motus, a Ritchie Hawtin, Jeff Mills, Green Velvet, Dj Hell, Anthony Rothers, Mattew Hebert, Mouse On Mars, Thomas Brinkmann e tutto il meglio del panorama techno. “Era un posto dove avevi la libertà di sperimentare”, mi disse. Iniziò suonando quasi per caso invitato da Dj Ilo, con il quale in seguito si trovò in grande sintonia ed iniziò a sperimentare nuovi modi di djing. “Inconsciamente anticipammo di un quinquennio quello che poi fu portato ai massimi livelli dai 2ManyDj’s”, mi disse. La loro performance consisteva dunque in un dj set a 4 mani. Un mixer con due preascolti separati su ogni canale, 4 giradischi e 2 lettori cd. Suonavano tutta sera incrociando i loro stili e i loro gusti, il risultato era a volte spiazzante anche per loro stessi. Immaginate due cervelli che viaggiano paralleli sui binari degli stessi bpm contaminando techno con lezioni di aerobica, jump- up con musica esotica ed esoterica, e concluse dicendo: “ringrazio ancora per la fortuna di aver conosciuto tutti quei grandi artisti e di aver avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco con un altro dj che aveva molta più esperienza di me oltre ad una grande tecnica unita a una vena di follia”.

Il sogno del Link project durò fino all’estate del 2004, ma nel frattempo il destino lo rivolle a Milano: “Venni nel frattempo contattato di nuovo da Nicola Guiducci proprio all’inizio del nuovo millennio con una proposta davvero interessante”, mi disse. C’era la necessità di alternare la storica serata Man to Man del giovedì del Plastic con una nuova proposta musicale. In un paio di settimane, facendo fede su tutto quello che aveva imparato negli anni del Link e soprattutto su tutti i contatti che nel frattempo aveva stretto, Nick stilò una line up di artisti del panorama elettronico da invitare solo e rigorosamente in versione live. Voleva che Milano assistesse a veri musicisti che si esibissero in live elettronici di matrice dance.

E nacque P.O.T. Plastic On Thurdsay, una one night mensile di giovedì, del quale esiste ancora una compilation. Nick apriva e chiudeva le danze, il live si inseriva dunque nel suo dj set. “Una sera riuscimmo a portare Peaches”, mi disse. Quella sera Peaches scese dal pullman in accappatoio e fece un sopralluogo: vedendo il palco troppo piccolo, tornò subito sul pullman dicendo di non voler suonare. Si scatenò il panico avevano fatto sold out e si ritrovarono in una situazione abbastanza spinosa, ma alla fine fu convinta e la serata fu memorabile.

“P.O.T. ebbe vita relativamente breve, dal 2000 al 2004, ma in quei pochi anni riuscii a portare nella scena clubbing di Milano un po’ snob e conservatrice una valida alternativa”, mi disse.

La fine di P.O.T non coincise con la dipartita di Peak Nick dal locale Milanese, dove vi suonò ancora almeno per un decennio, sempre di venerdì per la serata London Love nel privéé del Club. Ebbe anche l’onore di suonare per l’ultimo party organizzato nella storica sede di viale Umbria, nonché l’onere di inaugurare le due stagioni successive nella nuova location di via Gargano con dj set di 5 ore per volta nella Mirror Room. Contemporaneamente fu contattato da Marco Obertini un attivissimo promoter, e grazie a lui iniziò la sua avventura prima al Lio Bar poi al Vinile 45, due locali nel bresciano. Un’avventura non ancora conclusa, da quasi dieci anni si esibisce al Lio Bar e attualmente la sua serata RANDOM è in scena ogni ultimo sabato del mese nel bar bresciano: “è il coronamento di un mio piccolo sogno”, mi disse sorridendo. “RANDOM, potrei definirlo come la summa della mia esperienza. Non ha esattamente una formula fissa si basa sul un dialogo tra me e il pubblico e la continuità di questi ultimi 5 anni al Lio mi ha assicurato finalmente una piena libertà di scelta musicale. In molti ormai definiscono il party Cult per eccellenza in città”, aggiunse.

Io e Peak Nick ripercorremmo così tutte le esperienze più significative che hanno coronato la sua carriera da Dj, dagli autostop di un ragazzino 14enne per partecipare alle serate, fino all’evento che lo vide suonare al Berghain lo scorso anno, prima di VillaLobos. Fu proprio Peak Nick che aprì le danze. Mi disse che alle 21:00 il locale era già pieno e dopo mezz’ora che suonava tutti erano in delirio.

Un altro locale in Germania a cui si sente particolarmente legato è il Salon Des Amateurs di Dusseldorf, un posto dal sapore bohemien in una piazza di fronte alla più famosa galleria d’arte della città, dove mi disse si poteva osare davvero come in nessun altro posto.

Concludemmo il nostro incontro con diversi aneddoti, che videro Peak Nick sia dietro la console, nelle vesti di DJ, sia di fronte ad essa, come cliente e appassionato di musica. Tra i vari episodi, mi ricordò la prima volta che andò al LINK Project di Bologna, da cliente ed era il 1994. Scendendo al piano sotto, alla fine della rampa di discesa, trovò una porticina chiusa, ma con una fessura intagliata sul fronte da cui si poteva intravedere al centro di questa grossa sala completamente vuota una consolle dj.

Un ragazzo stava suonando, da solo, lo ricorda per i suoi capelli lunghi e per le strobo puntate addosso nella semi oscurità della sala. Era un giovane Aphex Twin, ancora agli esordi, ma era proprio lui. Lo incontrò di nuovo solo 10 anni più tardi a una delle ultime serate del Link, il quale era ormai diventato una Pop Star di dimensioni planetarie. Così ci salutammo, con la promessa fu di incontrarlo nuovamente, sempre al Lio Bar, come se fosse casa sua.

Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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