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Atmosphere

Pellegrino’s Atmosphere

By 19/01/2017 Dicembre 3rd, 2018 No Comments

Mi ritrovai a Napoli, dove conobbi Pellegrino.

Parlammo di moltissime cose, con sottofondo i rumori provenienti dalle strade, i solo di sax di James Senese dei Napoli Centrale e i ritmi funky di Tony Esposito e tutto il sapore del mediterranean sound.
È un viaggio tra passato e presente, intervallato da folgoranti tracce ancora inedite di Pellegrino, a conferma, ancora una volta, che questa città ha un groove duro a morire.

 

Incontrai Pellegrino, seduto ad un bar del centro storico di Napoli, a due passi dal conservatorio San Pietro a Majella. Lui è uno dei fondatori della Early Sounds Recordings, etichetta che negli ultimi tempi ha riscosso consenso ed attenzione grazie a release di pregio firmate dai produttori e compositori della cerchia di artisti che ruota attorno a questa realtà.

Beveva il suo bicchiere di acqua gasata prima di buttare giù il suo espresso, quando un gruppo di buskers napoletani cominciò a suonare in chiave jazz brani del repertorio tipico della metropoli partenopea.

Improvvisamente mi disse, “Sai, a Napoli esiste un linguaggio specifico che viene usato solo tra musicisti! la PARLÈSIA”. Era la prima volta che ci trovavamo a parlare di musica e delle sue radici.

“Una volta i musicisti di strada anche i più validi, venivano considerati dei balordi”, mi diceva, “vagabondi, perdigiorno, gente che passava la loro vita tra la strada ed i locali notturni quindi poco affidabile. Così adottarono questo gergo, la Parlésia, per poter comunicare qualsiasi cosa, anche la più sconveniente, e in qualsiasi situazione, senza il timore di essere capiti. Questo slang si è infine tramandato fino ai giorni nostri, e ancora oggi viene utilizzato tra i musicisti della scena napoletana.

Mi disse anche che per cercare di capire a fondo l’anima sperimentale estemporanea di questa città, che si rifà all’improvvisazione jazz, non si può prescindere dall´ascolto di un gruppo tra i più influenti quanto fondamentali per la ricerca e lo sviluppo della musica partenopea dagli anni 70 in poi: i Napoli Centrale.

Cominciò allora a parlarmi di questo gruppo e dell´enorme energia musicale ed emotiva che mettevano nelle loro opere. “Per comprendere a pieno la loro musica bisogna comprenderne i testi, così come i titoli delle canzoni, e attraverso la conoscenza di questi concetti, poter vivere appieno la loro arte” mi disse.

Ma è anche vero che i loro testi, tradotti e non cantati con quell’energia, perdono enormemente di intensità e significato. E questo non è che un altro motivo per cui questo gruppo sia da considerarsi unico.

Pellegrino mi disse, “La loro musica è impregnata della visceralità e dell´approccio alla vita tipici di Napoli e dei suoi abitanti”. La stessa visceralità, o necessità di esorcizzare le sofferenze, che si ritrova nelle urla strazianti di James Senese. Lui, “figlio della seconda guerra mondiale”, il cui padre, soldato afroamericano di stanza a Napoli, poco dopo la sua nascita lo abbandonò con la madre per tornare negli Stati Uniti. Questa é poesia, cruda senza tanta ricerca verbale o stilistica in particolare…

Napoli centrale

O nonno mio

Successivamente cominciò a parlarmi di Tony Esposito, percussionista, batterista, divenuto famoso al grande pubblico negli anni 80 con la sua Hit Kalimba de luna, ma entrato nel cuore di Pellegrino per ben altri motivi.

Nel 1977 rilascia su NUMERO UNO, etichetta di cui Battisti era socio, Gente distratta, un disco melodico di Fusion Funk, che inevitabilmente è impregnato di quella emotivitá, tipica della musica della sua terra. È un disco dal suono marcatamente “mediterraneo”. “All’epoca c’era tanta musica funk/fusion suonata da gente che davvero sapeva farla quella musica”, mi disse. In questo disco in particolare trovava affascinante quel fragile equilibrio tra dolci armonie ed esplosioni ritmiche.

Parlando di mediterranean sound, termine a lui caro, gli chiesi dei suoi progetti, di come queste sonorità della sua terra abbiano influenzato la sua produzione musicale.

Parlammo di Periplo, che è stato il suo album di debutto su Early Sounds Recordings, disco nel quale ha provato a condividere la propria personale visione della sua terra, del suo mare, dei suoi scenari.

Un lavoro fatto di percussioni e batterie che amalgamo ritmicamente una serie di influenze che vanno dalla disco al fusion-funk, all’house dal sapore tribale e percussivo. Il tutto condito da un marcato sound acustico.

La ricerca è musicale ma anche concettuale, il senso che il disco trasmette già dalla copertina è la visione plastica di un’itinerario musicale immaginario senza un fine specifico se non quello della condivisione di sensazioni.

In particolare, alcune composizioni richiamano determinate immagini, dal dolce cullare del mare al panorama della costiera amalfitana, Capri, il golfo di Napoli…

passando per l’energia ritmica delle musiche popolari delle terre del sud.

Recentemente, attraverso questi percorsi ed esplorazioni, Pellegrino ha intrapreso un altro progetto, in collaborazione con un suo caro amico percussionista (JESUON). Un progetto a cui ha dedicato parecchio tempo in studio, al fine di ricreare quegli intrecci ritmici e percussivi che tanto lo affascinano e che sono di evidente primaria importanza nei suoi lavori. Il punto di partenza è comune, le mete e le destinazioni varie e dettate più da una percezione soggettiva che dalla mera definizione di genere.

Oppure flussi di energia ritmica  quasi violenta

Ma arriviamo a oggi. Il lavoro al quale si sta dedicando in maniera più audace è una rielaborazione personale di alcuni dei passaggi chiave dell’esperienza musicale dance italiana. Si tratta della cosiddetta Italian Obscure Disco. Questo nuovo progetto vedrà la luce nei prossimi mesi con il titolo di Pellegrino presents Zodiaco, frutto di una collaborazione in studio con musicisti che l’hanno accompagnato in questa ricerca e rilettura di brani del passato. È la sua personale ricongiunzione con il concetto di Mediterranean Disco, con tracce selezionate assieme al suo amico Lorenzo Sannino, punto cardine del digging partenopeo e non solo.

“Questa è una rilettura fedele di un pezzo italiano dei primi 80”, mi disse Pellegrino, “in cui l’incedere del caldo rhodes da fumoso jazz club si intreccia con il riff di chitarra sentimentale ed eterea, aggiungendo una digressione dal vago sapore latino rispetto all’originale”.

È una traccia inedita nata da una notte di jam improvvisata nel suo studio di Napoli, The 8 studio, con l’amico Kalni di Malta.

Nella versione con la band la dinamica è simile a quella di Zodiaco grazie al riff di chitarra che però qui si accompagna a quello di lead synth. Un’atmosfera decisamente mediterranea dal mood rilassato e romantico, a cui fa da contraltare il giro di basso incalzante.

E poi mi parlò anche del suo ultimo progetto solista. Questo trae spunto dalla sua passione per un certo periodo della storia del suo paese, un periodo molto controverso e difficile: gli anni di piombo e quell’oscuro concetto che fu al centro della scena politica e sociale dell’Italia degli anni 70: la strategia della tensione.

Il disco accompagna le fasi della storia di un gruppo di giovani della periferia milanese. Tutti originari del sud, figli di quel gran movimento di uomini e cose che negli anni 50/60 del secolo scorso portarono al nord tante braccia ad alimentare la crescita economica di una parte del paese. Come tanti loro coetanei dell’epoca, anche loro cercarono un futuro migliore scegliendo la strada peggiore, ispirati da personaggi entrati nella storia di quell’Italia, come Francis Turatello o Vallanzasca.

Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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