Atmosphere

Pharaoh’s Atmosphere

By 08/04/2019 Aprile 19th, 2019 No Comments

Mi ritrovai questa volta a Firenze, e questa fu l’ultima tappa del mio viaggio. Per ora si intende. Qui incontrai Simona, Dj Simona Faraone. Ci incontrammo all’Osservatorio Astronomico di Arcetri e sullo sfondo avevamo le colline fiorentine. Ripercorremmo insieme le tappe più intime e più significative della sua carriera, della sua infanzia e adolescenza trascorse a Roma, del lavoro di commessa al negozio di dischi, delle sue innumerevoli passioni tra musica e danza, e, ovviamente, di strani avvistamenti ufologici. Fu un incontro magico il nostro. Parlammo di questo e di molto altro.

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Proseguì il mio viaggio. Girai in lungo e in largo, decidendo infine di fermarmi nella bella Toscana. Firenze è la città che ne fa da regina e così mi incamminai in direzione dell’Osservatorio astronomico di Arcetri. Qui incontrai Simona Faraone: passammo insieme il pomeriggio e sulle colline fiorentine mi raccontò la sua storia ed il suo percorso “spaziale”.

Simona è nata a Roma, la sua famiglia però era originaria di una cittadina del litorale romano, di nome Nettuno, “non a caso come uno dei pianeti del nostro sistema solare , il più lontano rispetto al Sole ” aggiunse lei. Fin da subito emerse così il suo amore verso lo spazio e verso il cosmo, elementi importantissimi nella sua storia artistica.

Si avvicinò al mondo della musica molto presto: ricorda quando da bambina ascoltava i dischi di suo padre Osvaldo, e l’influenza di suo zio Alberto, collezionista di vinili . Il papà di Simona negli anni ’70 si divertiva, mi disse, con alcuni suoi amici a trasmettere in radio, da una piccola emittente privata, come si faceva ai tempi: rimase subito affascinata da questo mondo della conduzione libera radiofonica e lo ricorda come un ambiente molto divertente e senza regole. Si appassionò prestissimo alla musica black, quindi alla disco, al funk, al soul. “Nasco proprio con le radici nere”, mi disse Simona.

L’acquisto dei primi dischi avvenne in età molto giovane: quando accompagnava suo padre nei negozi di dischi a Roma, e poi da sola alla scoperta della musica che più le piaceva, fino alla sua prima esperienza come conduttrice radiofonica nel 1987.

Simona mi raccontò che all’epoca vi erano delle stazioni radio che furono dei punti di riferimento per la sua formazione musicale, poiché offrivano programmi davvero speciali. A Roma poi vi erano anche negozi di dischi storici, come Goody Music, guidato dal discografico Claudio Donato, che Simona iniziò a frequentare come cliente nella seconda metà degli anni’80 e in cui lavorò poi come commessa nei primi anni ’90. “C’è sempre stata una grande tradizione di musica soul, disco, funk a Roma”, mi disse, a cui seguiva una scuola di dj romani i quali davano molta importanza alla tecnica. Simona si inserì in questo ambiente con audacia ed intraprendenza: iniziò a frequentare più spesso la capitale, anche per gli studi che intraprese. Simona coltivò così le sue innumerevoli passioni: frequentava l’Accademia di Moda e Costume, all’epoca nella sede di Piazza Farnese, e a tal proposito mi disse che avrebbe voluto diventare una stilista, oppure una costumista perché ai tempi frequentava corsi di danza classica e moderna.

Qualche anno dopo però capì che la sua strada era quella del dj.
“Roma è una città un po’ particolare, se tu non l’hai vissuta in quegli anni sarà difficile capire com’era l’ambiente dei dj e dei club ” aggiunse: la figura del dj era in netto mutamento allora, si passava dal dj resident degli anni 70-80, una figura a cui spesso non si dava troppa importanza, a parte alcuni che si distinguevano per lo stile e la ricerca musicale come i fratelli Paul e Peter Micioni, Stefano di Nicola e Faber Cucchetti (quest’ultimo legato anche al famoso network Radio Dimensione Suono) , al dj di fine anni ’80 che rappresentava il locale e faceva da re della serata, e in questo sicuramente l’esempio migliore su tutti fu proprio il grande Marco Trani per carisma, tecnica ed eccellente gusto musicale .

Simona si ritrovò a muovere i primi passi della sua carriera proprio in questo contesto molto stimolante e al tempo stesso competitivo: oltre alla figura del dj, anche la musica in sé stava vivendo un cambiamento, stava esplodendo la musica house.
“Sono stati anni molto eccitanti” mi disse, perché era tutto improntato verso l’innovazione.

Simona mi raccontò così la sua formazione, dalla musica black, passando poi all’hip hop e approdando infine alla musica house. Roma in questo senso fu una città davvero internazionale, aperta alle nuove influenze. Mi parlò a tal proposito del DEVOTION, una serata organizzata da 3 amici, Paolo di Nola, Marco Militello e Alessandro Gilardini, che divennero dei dj molto alternativi, e che non provenivano quindi dal percorso classico fatto dagli altri dj romani. Erano degli outsiders insomma, che si ispirarono al modello del Paradise Garage di New York per dare vita ogni sabato sera a qualcosa che non era mai stato fatto prima a Roma. Partendo da un vecchio club nel quartiere Trionfale, il Life ’85, e proseguendo all’Euritmia nel parco del quartiere Eur, riuscirono a creare qualcosa di magico rimasto indelebile nella memoria di chi ha frequentato quei posti e quelle serate ed entrato giustamente nel mito: questo era il filone che a Simona interessava.

In realtà lei non riuscì a frequentarlo direttamente, anche perchè durò pochissimo, circa 2anni, ma conobbe uno dei protagonisti, Alessandro Gilardini, proprio da Goody Music, mentre faceva digging tra gli scaffali del negozio. “Mi parlò di queste loro serate, ma non colsi subito la differenza rispetto a ciò che già conoscevo della Roma notturna. Mi piaceva cercare la qualità, la differenza, l’alternativa” mi disse. Il DEVOTION fu certamente la prima vera realtà underground , che innescò la miccia per tutto quello che esplose subito dopo. In questi anni dove quindi molti si mobilitarono per rivoluzionare l’ambiente del clubbing, anche Simona iniziò ad organizzare delle “cose”. Frequentatrice delle serate dei Ragazzi Terribili all’Opera Acid, un piccolo club nel cuore della Dolce vita romana, nato dalle ceneri del mitico Easy Going, rimase colpita dal dj Adriano Chiarini, anche lui piuttosto indipendente rispetto alla scena romana in generale, il quale proponeva tutta la notte acid house tiratissima. Questo incontro segnò per lei una svolta in fatto di gusti e ricerca musicale.

“Paradossalmente la mia prima consolle da resident fu però alle porte di Milano” mi disse. Il locale era il Country Club di Siziano, in provincia di Pavia. Qui ebbe modo di fare la stagione estiva per il club, scelta da Albert One, una grande star dell’Italodisco degli anni Ottanta. Fu libera di sperimentare e di divertirsi.
Il passo successivo fu quello di organizzare delle feste a Roma, in un contesto assolutamente alternativo, ovvero il Teatro in Trastevere, che ora è diventato un cinema multisala. Ad affiancarla in consolle c’era proprio il dj Adriano Chiarini, con cui sviluppò una collaborazione artistica che proseguì anche all’Ambient (ex Voodoo) di Sacrofano.

Simona ricorda che all’epoca questo teatro, molto noto nella scena off capitolina, aveva delle sale sotterranee, dove organizzò un out party, richiamando a sé la rete alternativa di dj e di amicizie che nel tempo aveva coltivato. Dopodichè il party si è ripetuto ogni venerdì sera, con la complicità dei gestori dello spazio sotterraneo, fino a quando arrivò il veto dal direttore del teatro che non condivideva più questo stravolgimento della struttura. Simona mi raccontò che a seguito del primo party ci fu persino un articolo su Repubblica firmato dal giornalista Dino D’Arcangelo, che divenne di lì a poco il cronista della scena house e techno romana di quegli anni, dando spazio a contenuti che fino ad allora non erano mai stati presi in considerazione su un quotidiano italiano, riguardanti la cosiddetta “musica da discoteca”.

All’inizio degli anni ‘90 a Roma, poco prima delle serate del Teatro in Trastevere, veniva inaugurata la grande stagione dei rave party. Simona mi parlò così di un primissimo Rave in una ex zona industriale ad Aprilia, organizzato all’interno di un capannone che era stato poi trasformato in club, il DOING !
Anche qui l’artefice della scoperta di questo posto fu il dj Adriano Chiarini, che nel suo periodo di popolarità più alto, era sempre alla ricerca di nuove location dove organizzare serate. Fece un sopralluogo del club e ne intuì immediatamente il potenziale: non era a Roma ma neanche troppo distante dalla città, la zona era isolata, lo spazio era molto grande e quindi si prestava benissimo per un evento più coinvolgente di quelli organizzati fino a quel momento. Ne parlò ad alcuni personaggi in ascesa delle notti romane, Claudio Vietnam e Robertino (Dynamic Groove/ La Vetrina), Cesare Patrizi e Stefano Luceri (The Phuture), i quali, insieme ai promoter Walter & Fabio si attivarono per coinvolgere i PR dei club + alternativi d’ Italia e i dj più rappresentativi della scena techno e house, fino diventare il primo rave ufficiale italiano.

Era il 1990 quando si attuò il “The Rose Rave”.
Simona non partecipò come dj a questo evento, ma ne visse da protagonista la conseguente stagione che definì quasi pittoresca: “era una situazione che in altri contesti italiani non si è verificata” mi disse lei. A Roma ci fu una vera e propria esplosione della musica techno, tant’è che si parla appunto di Techno Romana.
“Era tutto molto coinvolgente, c’era molta euforia” mi disse. I dj internazionali che venivano chiamati a suonare per questi rave party rimanevano impressionati dall’affluenza e dal pubblico estremamente connotato da questo genere.

I primi anni ‘90 furono davvero frenetici: Simona si divideva tra le sue serate e i Rave party. Nel frattempo iniziò a condividere la conduzione di un programma radiofonico, “Nightclubbing”, con il dj Andrea Torre, che andava in onda su una storica emittente romana, Radio Centro Suono, di cui Andrea era uno degli speaker di punta, insieme a Luca Cucchetti. Centro Suono era nata come “The black radio station”, ma venne travolta dal fenomeno techno e cavalcò l’onda dei Rave. Famosissimo era il programma del sabato notte Centro Suono Rave, colonna sonora di quegli infuocati weekend romani a suon di techno.

Grazie a tutte queste esperienze riuscì a farsi conoscere anche in Toscana: iniziò così a suonare ad alcuni afterhour per il BellaBimba di Albinia, in provincia di Grosseto, e da questa esperienza ne ricavò numerosi contatti con diverse organizzazioni toscane. Ricorda la sua amicizia con MIKI the Dolphin, dj di riferimento del movimento progressive, che insieme a Francesco Farfa e a Roby J costituirono un’inedita triade della consolle del Club Imperiale a Tirrenia nei mitici Mezzanotte/Mezzogiorno, e poi dell’Insomnia di Ponsacco in provincia di Pisa : nasceva così The Sound Of Tirreno.

Nel 1994 Simona si trasferì proprio a Firenze: sentiva la necessità di cambiare aria e di ricevere ulteriori stimoli per accrescere la sua formazione. Riuscì qui ad arrivare al Tenax, come dj resident del venerdì sera per la serata “National Mastersound”. Il Tenax le permise di stabilire la sua fama di dj a livello nazionale. “Sono stati anni indimenticabili”, mi disse.

Simona comunque non si ferma, ricorda che in questi anni fece una seconda residenza molto importante al Musikò, l’ex Movida, sulla riviera veneta, a Jesolo.
Venne poi selezionata per partecipare alla prima compilation techno e progressive di dj italiani: “Djs United Grooves”, nata dall’unione di due nuove etichette, la Tomahawk Records e la Sushi Records. Risalgono a questa occasione quindi le prime produzioni di Simona Faraone: Glass Pyramid e Hieroglyfic Project, registrate a Modena, presso lo studio del produttore discografico Bob One, boss dell’American Records. “Eravamo riusciti a creare un suono molto italiano, fu un ottimo lavoro anche se poi ognuno prese la sua

strada”, mi disse. Fu quindi un’esperienza unica, anche se breve. Simona si è sempre sentita più dj che produttrice, provando una vera ed unica passione per il vinile.

Simona mi parlò a lungo della sua passione per la fantascienza, che le permise di portare avanti un progetto musicale unico, che ha concretizzato oggi con la sua etichetta indipendente: la New Interplanetary Melodies. Oltre a ciò, Simona ha sempre collaborato anche con numerose riviste per la stesura di articoli. Nel 1999 infatti tornò a Roma per qualche anno: “fu un periodo di transizione per me”, mi disse. Simona non si riconosceva più in alcune situazioni italiane, di conseguenza seguiva l’ambiente scrivendo per alcune riviste di settore, come “Time Out Roma”, rivista sul modello londinese, per cui diresse la rubrica “Nightlife”; e la rivista “R360”. Presa anche da altri impegni lavorativi non si fermò comunque con la musica: nonostante non fosse molto soddisfatta, continuava a suonare sul territorio, alla ricerca di nuovi stimoli, fino al nuovo e definitivo trasferimento a Firenze.

Dal 2009 riprese a frequentare anche la scena di Bologna, dove conobbe colui che poi è diventato il primo artista della sua etichetta, Mayo Soulomon, uno dei protagonisti del vecchio Link, nella sede storica in via Fioravanti.

Simona Faraone ha una visione chiara del suo progetto: “contestualizzando il tutto nello spazio uno dei miei artisti di riferimento è sempre stato Jeff Mills” mi disse sorridendo. Ricorda come Jeff Mills, nella sua eterna carriera, si avvicinò a tematiche quali l’introspezione, il cosmo, avviando dei progetti “spaziali” a cui seguivano performance straordinarie. È su questa base che nacque il progetto “Time Astronauts”, di cui la performance I Am Sequenced in Space venne presentata durante l’estate romana allo stand della Nissan Juke, in collaborazione con gli astrofili del Museo dell’Astronomia di Roma. Si trattava di un Visual Dj Set performativo, dove Simona Faraone ripercorse la storia della spacetronic a cui si accompagnavano, fondendosi, dei video realizzati da Daniele Leone. Inoltre, vi era anche un telescopio messo a disposizione dalla Unitron in collaborazione con il Museo, che permetteva al pubblico di vivere un’esperienza a 360°: il cosmo, la musica, i visual.

Parlammo davvero a lungo io e Simona quel pomeriggio: le sue innumerevoli occupazioni rispecchiano a pieno la sua forza, la sua passione per la musica e per tutto l’ambiente che la circonda. Mi parlò anche del suo alter-ego orientato verso il jazz e la scena spirituale, nella figura di Sun Ra e della sua Arkestra, ma il tutto si sposa con la sua grande ed unica visione cosmica e a cui si è ispirata proprio per il nome della sua etichetta. Simona Faraone non è solo una dj, ma una donna davvero speciale: mi lasciò infine con un aneddoto. Il 27 ottobre, oltre che ad essere la data del suo compleanno, avvenne a Firenze un clamoroso avvistamento di Ufo, uno dei più famosi avvistamenti di massa avvenuti in Italia. Sarà solo una coincidenza? A noi è piaciuto pensare che così non fosse e con un abbraccio ci salutammo. L’invito di volare nello spazio insieme a lei sulla sua Mothership rimane sempre aperto.

Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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ATMOSPHERE

Atmosphere è una rubrica con cadenza periodica che vuole indagare il tema del vero clubbing italiano, attraverso interviste ai più grandi DJ e Producer che hanno fatto la storia della notte dance italiana. L’attenzione è posta alle influenze e agli ambienti che hanno condotto gli artisti protagonisti ad ottenere grandi successi, a livello nazionale ed internazionale, così da ricostruire una mappa sociologico-culturale degli anni più “caldi” del club e della notte di tutta Italia.

L’obiettivo è quindi valorizzare il Made in Italy, sottolineandone gli aspetti folkloristici e le influenze dettati dalle città in cui questi artisti sono cresciuti, arricchendo l’intervista con la modalità del podcast: l’intera intervista, infatti, viene rielaborata per rinascere sotto le vesti di un incontro, realmente ubicato, tra il narratore e l’artista. Secondo questa modalità, il podcast d’ascolto sarà un vero e proprio episodio riguardante l’artista in questione, in cui verranno narrate esperienze ed aneddoti, intervallati da brani musicali (scelti dagli artisti stessi, in base alla tematica affrontata durante il dialogo).

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