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Pollice verde, conti in rosso: l’insostenibile leggerezza dei club “eco sostenibili”

La notte è sempre meno buia, sempre più green. E per riflesso il mondo del clubbing si adegua al trend dominante dell’eco sostenibilità a tutti i costi (o almeno ci prova).

Ma a quale prezzo? Molto alto. Spesso insostenibile. Soprattutto in Italia, dove bello fa rima con impossibile, dove la teoria – per quanto lineare, condivisibile ed eticamente inappuntabile – diventa lenta, complessa e onerosa quando deve trasformarsi in pratica. Così, dopo un iniziale slancio d’entusiasmo diffuso, il meccanismo sembra essersi di colpo inceppato.

Esempio calzante, quello del progetto “Green night”, tra i primi modelli ad applicare qualche anno fa una linea di pensiero che sostanzialmente si potrebbe riassumere in “locali notturni sostenibili ad impatto ridotto sull’ambiente, sulle persone che li frequentano, sulle urbanità o ruralità che li ospitano”.

Ovvero: minimizzare i consumi di acqua, usare energia prodotta da combustibili fossili, incentivare la mobilità green, utilizzare bicchieri e cannucce in materiale biodegradabile.

↑ Effetti collaterali delle cannucce di plastica ↑

Sperimentato su alcuni poliedrici locali come il Fuori Orario di Reggio Emilia, il Locomotiv di Bologna e i Velvet di Rimini, il progetto ebbe esisti interlocutori e ad oggi se ne sono perse le tracce. Ma non certo la visione lungimirante.

Le eccezioni esistono e resistono. Proprio nello stesso anno (2012-2013 circa) iniziava ad ispirare l’Eco Sound Fest,

“una manifestazione musicale che affonda le radici accanto a quelle degli alberi secolari del Parco delle Ex Scuderie Farnese di Caprarola, in provincia di Viterbo” destinata ad aver miglior sorte, visto che esiste tutt’oggi. E la sua attitudine green si è rapidamente trasformata nel tratto distintivo dell’evento, al punto che gli organizzatori hanno redatto anche una sorta di manifesto programmatico articolato in una serie di semplici punti analoghi a quelli citati poco sopra.

In Olanda intanto c’era già qualcuno che aveva provato a guardare un po’ più in là: lo studio d’architettura Döll-Atelier voor Bouwkunst stava creando infatti un prototipo di sustainable dancefloor capace di trasformare l’energia prodotta dai corpi danzanti in elettricità per effetto piezoelettrico.

Il Club Watt di Rotterdam fu il primo locale ad installarlo. Grandi intenzioni, grande clamore, grande risonanza mediatica, ma non fu abbastanza: oggi non esiste più.

Altra storia, tra l’altro più recente, quella dell’Ampere di Anversa.

 

Club sostenibile e avanguardista con armadietti al posto del classico guardaroba, lettore digitale all’entrata per accedere al locale semplicemente passando il biglietto,  vecchie ruote per l’insonorizzazione, strutture ricavate da materiali riciclati e un sistema per immagazzinare il calore emesso dai clienti e riutilizzarlo. Motto:

“We push urban creativity, sustainability and youth culture through music. We also hope you are OK with raving to Moodymann, Nina Kraviz, or DJ Premier”.

A Berlino la parola sulla bocca di tutti è “eco-compatibilità”: politici e club si sono uniti per rendere la vita notturna più sostenibile e da qualche settimana è nato un progetto finanziato dal Senato o e gestito dalla ONG Friends Of The Earth Germany che fornisce ai club consulenze di esperti sulle pratiche del settore sostenibile. SchwuZ, un club queer nel distretto di Kreuzberg a Berlino, si è focalizzato sul clima: dopo un’ispezione di due giorni per valutare le opportunità, ha introdotto misure per ridurre la plastica e trovare alternative alla refrigerazione 24 ore su 24. Altre idee per la sostenibilità del club sono più radicali. Il designer olandese Daan Roosegaarde ha proposto una pista da ballo che utilizza piastrelle speciali per raccogliere energia dai ballerini e trasformarla in energia elettrica, la stessa tecnologia già in uso a Rotterdam. Chi vivrà, ballerà.

Inttanto, sempre in Germania, Ferropolis, spazio da 30mila persone che fra le altre cose ospita Melt Festival, sta valutando la possibilità di produrre energia dai rifiuti utilizzando la pirolisi  (decomposizione termica dei materiali). In sostanza, club e festival aprono la strada e diventano un modello da seguire per la città intera.

 

In Italia dove il settore dell’ “intrattenimento danzante” è da sempre visto più come una palla al piede che come una risorsa, non esistono analoghe politiche d’incentivo e i costi per conformarsi a modelli analoghi risultano ovviamente esorbitanti e dissuasivi. Tali per cui, dopo un boom iniziale cui si era già fatto poc’anzi riferimento, la bella favoletta del clubbing sostenibile sembra essersi arenata in un punto di stallo. Purtroppo, ma comprensibilmente, viene da aggiungere.

Nella speranza di essere al più presto smentiti: dai fatti, da improvvise inversioni di tendenza ma anche da vostre illuminanti e sempre ben accette segnalazioni a riguardo.

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