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Ritualità perdute ep.2: Cosa resterà della selezione all’ingresso?

Pare che Tripadvisor non serva solo a stroncare ristoranti, pizze, tavole calde, mense universitarie e via dicendo ma anche per vomitare bile sugli ormai rari, rarissimi locali in cui la “selezione all’ingresso” continua ad essere applicata pedissequamente e non certo per tutelare quello status di ritualità perduta che la rende oggi una pratica  così depotenziata e agonizzante da far quasi tenerezza (sigh 🙁 ). Ecco un esempio testuale: ‘Solo se hai l’invito puoi entrare’, è questo quello che dicono ai ragazzi che anche se in compagnia di ragazze non possono entrare… La gente si fa anche più di un’ora di viaggio nella speranza di fare una bella serata e divertirsi tranquillamente, ma quello che ti rispondono è: ‘cambiate locale’ facendo gli sbruffoni. PATETICI. Scritto in maiuscolo.

Essere cacciati da un club ancora prima di averci messo piede non è una bella sensazione.

Ancor meno quella di dover scivolare via come dei molluschi, a testa bassa e con la coda tra le gambe, mentre la fauna in fila indiana che aspetta il proprio momento del giudizio ti fissa tra lo schifato e il compassionevole.

Eppure c’è stato un tempo in cui era anche peggio. Molto peggio. Roba da traumi psicologici con strascichi profondi. Chi andava a ballare un bel po’ di anni fa lo ricorderà senz’altro, chi continua ad andarci oggi dovrà limitarsi a immaginare il potere nefasto della “selezione all’ingresso” (e com’è ben facile intuire non si tratta comunque di una fantasia particolarmente eccitante).

Nell’indecisione, chi scrive ci tiene a condividere il ricordo – tuttora nitido e indelebile – di questo povero cristo coi capelli ossigenati in coda al Mazoom, un tipo poco sveglio vestito con un’orribile accoppiata t-shi(r)t / pantaloni a zappa total pelle di serpente su acrilico color mare, da imputare a una balbuziente collezione “Just Cavalli” primi Duemila. Che ovviamente al povero cristo gli si ritorse contro. Puntualmente rimbalzato, provò lo stesso ad argomentare le sue ragioni bofonchiando qualcosa tipo: “Ma come non vado bene!? Sono vestiti di Cavalli, ho speso 800mila lire per comprarli…”. Fu inutile: se ne andò come un pagliaccio in lacrime. Pace all’anima sua.

I bene informati però non hanno dubbi: il vero inferno dantesco, la selezione all’ingresso più spietata e indecifrabile, avveniva in seno ai rich & famous di Manhattan. Epicentro lo Studio 54, obviously.

Ciak, si rimbalza! Ecco uno sfigato del New Jersey con la voglia di svoltare. Ha la faccia d’angelo di Ryan Philippe e naturalmente Steve Rubell (interpretato da un Mike Myers in stato di semi grazia) lo fiuta lontano un chilometro: è lui il prescelto. L’unico fra i suoi amici (tutti rimbalzati), più unico che raro anche fra le centinaia di ascot da stronzi e aspiranti dive nevrasteniche a pregare in ginocchio. Poco più in là, il sogno. Prima però un’avvertenza prescritta dallo stesso Rubell: “Non con quella camicia…”. Lo sfigato del New Jersey gira i tacchi e fa per andarsene con la coda tra le gambe. Ancora Rubell ribadisce: “Ho detto…non con quella camicia”. Ryan Philippe-futuro barista “Shane 54” recepisce il messaggio e si leva la camicia di dosso. Ovazione generale. Con la benedizione edonista del boss: “Benvenuto alla mia festa!”.

Molto romanzo, molto sesso, molta droga e pacchi di musica disco nel film del 1998 scritto e diretto da Mark Christopher: “Studio 54” appunto, come il tempio dell’edonismo aperto il 26 aprile del 1977 all’interno di un ex studio televisivo al numero 254 della West 54th Street (da qui il nome), a New York, laddove per la prima volta l’idea di “selezione all’ingresso” non solo si fece largo ma divenne addirittura leggendaria. Così Wiki: “Il proprietario, Steve Rubell stava all’ingresso, selezionando personalmente la gente alla porta e facendo entrare solo le persone che rispettavano i suoi specifici requisiti personali. A volte scartava clienti dicendo loro che non erano di bell’aspetto, o che avrebbero dovuto cambiarsi d’abito. Invitava numerosissime celebrità garantendo feste sfavillanti e regali, ma a volte nemmeno le celebrità erano immuni alla selezione. La sua tattica funzionò e il club fruttò 7 milioni di dollari durante il primo anno”. Bei tempi. Anche se l’amaro finale della storia (dello Studio, chiuso fra i casini, e di Rubell, morto di Aids) purtroppo è cosa nota.

Quasi mezzo secolo dopo, il prototipo universale del severo censore “alla porta” è incarnato da Sven Marquardt, ovvero il tatuatissimo Cerbero che presiede l’accesso alle porte della perdizione del Berghain Panorama bar, ovviamente Berlino, da cui ebbe l’ardore di rimbalzare anche Felix Da Housecat.

Scrive Lele Sacchi nel suo (consigliatissimo) “Club Confidential”: “A seguito della, a volte oscura, tattica usata dal burbero Sven per distinguere il turista curioso e casinista dal clubber cosciente è stato addirittura creato un giochino online che replica la coda di ingresso e le potenziali domande, in tedesco, che di solito vengono poste a chi vuole entrare e da cui deriva il risultato finale. Se vinci, entri. Se perdi, vieni rimbalzato davanti agli sguardi del resto della fila”.

Ironia della sorte, qualche tempo fa l’energumeno del Berghain – che si è abilmente costruito un personaggio e oggi espone in mezzo mondo le sue opere d’arte o presunte tali –  è stato ripagato con la stessa moneta da un “collega” di un club di Sydney, che lo ha restituito al mittente per via dei “troppi tatuaggi che ti ricoprono il volto”. Sven ha commentato l’episodio ai microfoni dei giornalisti della Berliner Zeitung, con poca ironia come da copione, mostrandosi assolutamente non scalfito dal rifiuto:«Più tardi ho parlato con il proprietario e lui mi ha detto che, in visita a Berlino, ha provato ad entrare al Berghain, ma è stato rimbalzato…”.

Dunque, come evitare di subire l’onta, a Berlino come nel resto del mondo?In rete girano diversi manuali di sopravvivenza fotocopiati l’un l’altro, ecco un decalogo fac-simile:

  1. Occhio al look
  2. Resta in silenzio
  3. Gentilezza e sobrietà
  4. All’estero? Impara la lingua
  5. Dì che ti interessa solo il dj
  6. Millanta amicizie altolocate
  7. Non cercare di sembrare quello che non sei
  8. Presentati in coppia
  9. Non andare all’ora di punta
  10. Non dare in escandescenza

A voi l’onore e l’onere di scoprire quanto questi consigli potranno esservi utili, visto che la “selezione all’ingresso”, amata e odiata ma “spesso l’unico modo per preservare una cultura, una scena underground, un retaggio di comportamenti sottoculturali o anche banalmente la tranquillità e l’agio di chi è dentro”, è un costume che in Italia dopo aver conosciuto momenti esaltanti (con modalità diverse, tanto nei locali più sofisticati e avantgarde di Milano quanto in quelli più truci e commerciali, vedi foto sotto) sembra essere diventata oggigiorno una pratica desueta e pressoché innocua.

I motivi dell’estinzione? Tutti e nessuno…. Anche se lo stesso Lele Sacchi, sempre in “Club Confidential”, fornisce una teoria molto semplice e altrettanto condivisibile in merito: “Molti club di provincia storicamente selezionavano in base ai vestiti più o meno costosi: ‘no scarpe da tennis’ è stata una regola molto ferrea. Fino a quando le sneakers non hanno iniziato a costare più delle scarpe da vestito da sera…”.

 

 

 

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