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Atmosphere

Turbojazz’s Atmosphere

By 14/01/2019 No Comments

Mi ritrovai questa volta nella grande Milano, dove conobbi Turbojazz.

Ci incontrammo in un locale storico, in zona Navigli, nella famosa Tabaccheria La Darsena da Peppuccio. Immersi in un’atmosfera unica, parlammo ovviamente di musica, ma non solo. Ogni esperienza raccontata da Turbojazz è un viaggio in luoghi e ambienti differenti, dai graffiti della street art, al viaggio in Giappone, tutte esperienze che riempiono il suo background culturale ed emergono in ogni suo set. Parlammo di questo e di molto altro.

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Approdai questa volta a Milano, la grande Milano finalmente: una città movimentata, che non dorme mai.
Io decisi di sostare in un bar per bermi qualcosa, ero nella famosa Tabaccheria La Darsena da Peppuccio. Il locale mantiene tutt’oggi uno stile anni 60/70, un’atmosfera autentica, ed è gestito da un batterista jazz, il quale suonò con molti artisti, sempre nell’ambito del blues e jazz. Qui incontrai Tommaso Garofalo, conosciuto come Turbojazz, ed insieme iniziammo a dialogare.

“Credo sia grazie a mio padre che nutro questa forte attrazione per la musica”, mi disse. Il padre di Tommy lavorava nell’aeronautica militare, spesso si doveva spostare all’estero, in particolare in America. Mi raccontò che la NATO detiene delle radio speciali, che trasmettono musica 24/24h, e che suo padre le ascoltava durante il suo servizio. Il padre ci teneva a tal punto a quelle radio che quando andò in pensione, montò sul tetto di casa un’antenna apposita per la ricezione della loro frequenza. La radio trasmetteva dalla mattina alla sera qualsiasi genere, dal reggae al blues, dal country al jazz, e persino l’hip hop. Ricorda che in ogni stanza di casa, oggi come allora, vi era una radio.

Crescendo ha avuto la possibilità di fare una ricerca più personale nell’ambito musicale, ricorda così la sua infanzia e giovinezza trascorsa nella campagna nel veronese, dove venne folgorato dai graffiti e dalle primordiali opere della street art. Si avvicinò di conseguenza alla musica hip hop, ma non solo, anche all’arte e al ballo che la caratterizzano e che ne costituiscono una vera cultura.

Nel 2002, dopo la stagione trascorsa a lavorare presso la stazione di benzina del fratello, gli comprarono dei giradischi a cinghia, che si rivelarono poco utili al mix. Così poi passò a dei Technichs pro 1200/10 che utilizza ancora ora. “Sono sempre quelli che comprai 14 anni fa, quelli che uso ora, e sono in condizioni perfette”, mi disse.

Non iniziò la sua carriera da dj con il genere dell’hip hop. I primi dischi “conquistati” appartenevano a generi quali la soulful house americana o inglese, quindi cantata principalmente, perché era l’unione di due generi che si sposavano perfettamente con la cultura clubbing di Verona di quegli anni. Tommy ricorda che molti dei suoi amici e molti dj della zona conoscevano quella tendenza, tant’è che “giravano molte cassettine, che ascoltavamo nelle radio delle macchine degli amici”, mi disse.

“Ricordo una vacanza a Riccione, ero con i miei genitori e c’era anche un mio amico con noi”, mi disse. Siamo ancora all’inizio degli anni duemila. In quell’occasione, Tommy ed il suo amico andarono al Disco Inn, per comprare dei dischi per la prima volta. Da lì iniziarono poi le prime feste, le prime serate, i primi dj set. Cominciò quindi a suonare in un pub di paese, occupando prima le domeniche pomeriggio, per poi arrivare a fare le serate del venerdì o del sabato.

A tal proposito mi raccontò che una sera passò in quel locale un PR del Mazoom Le Plaisir, un club storico nei pressi del lago di Garda. Si interessò a Tommy e proprio quella sera gli chiese di suonare per quel club così famoso e così importante. “Non ero ancora maggiorenne perché mi ci accompagnavano gli amici in macchina e per me era un sogno”, mi disse ancora emozionato.

In quegli anni inoltre andava spesso a ballare, frequentava “quelle carovane di clubber che si facevano mezza Italia in macchina per sentire i vari dj”, aggiunse, e mi raccontò di viaggi a Riccione, per il Magic Monday a sentire Vega, Kenny Dope, e tutti quelli che facevano parte della vecchia guardia al Muretto di Jesolo, e di tutte quelle serate trascorse a Bologna…

Iniziò così, a soli 17 anni, tra il 2004 e il 2005, a suonare nel privèè del Mazoom, aprendo ai dj resident, il venerdì sera, per due stagioni intere. Era la sua prima vera esperienza nel mondo del clubbing, ed era giovanissimo. Ricorda che molto spesso, dopo la serata, si faceva lasciare a Verona perché la mattina del sabato aveva scuola, arrivando in classe in condizioni pessime, senza aver dormito, tant’è che quell’anno lo bocciarono. Pensava solo alla musica: dopo le lezioni restava chiuso in cantina per suonare, dalle tre del pomeriggio fino a che non era pronta la cena.

Sicuramente le serate a Le Plaisir sono state fondamentali: mi raccontò che in quel periodo terminava ogni dj set con lo stesso pezzo, Strings of Life, un pezzo famosissimo della scena Detroit Techno House di cui faceva partire il rework di Danny Krivit. Era il suo inno, ed emozionato mi disse “quando torno ora a fare i dj set, non so, al matrimonio del mio migliore amico, tutti quelli che mi vedevano suonare si aspettavano quel pezzo”. Storicamente è il pezzo con cui Tommy finisce il set, ma non solo: qualche anno fa lo rielaborò per una storica etichetta inglese, chiamata BEE.

Ricorda che a Verona comprava i dischi sempre nello stesso negozio, un vero punto di riferimento, sia per lui che per molti altri a livello nazionale. Il negozio, che è tutt’ora aperto, si chiama Le Disque Record Store. Paolo, il gestore del negozio, diede molte dritte a Tommy. Mi raccontò di un viaggio che fece a 18 anni a Londra. Era la prima volta che visitava Londra e fu un regalo di compleanno. Ci andò con gli amici di sempre e “fu uno di quei viaggi che cambiò la mia visione delle serate, in quanto ero abituato a serate monotematiche”, mi disse. Per l’occasione, Paolo gli indicò molti locali a Londra dove poter sentire i vari dj. Le serate a cui assistì furono importantissime: trovò in esse grande ispirazione, assistì ad eventi a freestyle completo, con mix tra generi miscelati con grande sapienza, ed una volta rientrato in Italia decise di dedicarsi per un anno a nuove ricerche.

“Dopo quel viaggio, rimasi chiuso in casa per un anno intero per fare ricerca”, mi disse. Era importante per lui farsi un bel bagaglio con tutti i generi che lo intrigavano; e così riprese in mano l’hip hop, il funk, il jazz per i campioni che venivano usati nei pezzi hip hop che più amava; inoltre si dedicò molto al miglioramento nella tecnica dello scratch, turntablist.

Dopo quell’anno Tommy cambiò nome. Inizialmente circolava per i vari locali utilizzando Tommy Garofalo, un nome molto house oriented. Cambiò tutto, riprendendo la tag che utilizzava quando faceva i graffiti, e cioè: Turbo.
Nacque così il progetto Turbojazz. Il suo intento era quello di riproporsi in una maniera più aperta, quindi suonando generi diversi tra loro e cercando di incrementare la tecnica appresa, miscelando anche cose brokenbeat, che in quegli anni lo appassionarono molto.

Si rilanciò poi in una serata a Verona e nel 2006 si trasferì a Milano. Qui iniziò l’università, studiò presso l’Accademia di Belle Arti al corso di Direzione Artistica e Design. La scena milanese lo interessò molto. A quei tempi era un’atmosfera molto forte, ed era la scossa di cui aveva bisogno. Ricorda così 65MQ, dove c’erano dj tra Verona e Milano che organizzavano serate molto interessanti, dove passavano i primi guest; e anche il Sottomarino Giallo, in cui conobbe molte persone e alcuni futuri collaboratori.

Tra il 2007 e il 2008 iniziò a suonare per i primi party di Milano: il primo locale in cui suonò fu il Biko, nella sua vecchia location in zona Isola, insieme a Sergio Nox, uno dei dj più conosciuti della città. Insieme a lui, lanciò la serata del LOUD FUTUREGROUND che fin da subito si riempì di gente.
Chiamarono anche dei guest durante la loro serata, ad esempio Eric Rico, un cantante e musicista di fama internazionale: “fu un live strano per quel tempo”, mi disse. Sì, perché era un suono futuristico, a cavallo tra house, funk, pro, hip hop, dei suoni quindi feature, in perfetta linea con il programma artistico della serata.

A fine 2009 Tommy si trasferì a Roma e si soffermò nella capitale per un anno. Scrisse qui la sua tesi di laurea, mentre lavorava in un’agenzia di eventi importante, la SNOB, dove a capo vi era Raffaele Costantino, dj radiofonico di Radio2 con MusicalBox ed ideatore del progetto DJ Khalab.
Il periodo trascorso nella capitale gli servì molto, soprattutto per apprendere al meglio l’aspetto del “dietro alle quinte” di un evento, capirne poi le dinamiche tra booking e agenzie, anche perché in quel periodo si svolse il Town Meeting a Roma, che era l’attività principale dell’agenzia per cui lavorava. “Fu un agglomerato di figate”, mi disse sorridendo.

Stando a contatto con questo lato “più nascosto” degli eventi, capì cosa significa intrattenere il proprio pubblico e mi disse: “il dj deve aver piacere di suonare per gli altri, e gli altri devono aver piacere di ascoltarlo così da creare uno scambio di energie. Noi facciamo per il pubblico, ma noi senza il pubblico non abbiamo senso”.

E così parlammo di quanto sia importante essere se stessi, quanto sia importante trovare il linguaggio giusto per comunicare al proprio pubblico, ma anche di quanto sia cresciuto a livello artistico grazie a quest’esperienza.

Nel 2010 Tommy vinse una borsa di studio di una scuola di New York, la Dubspot: Electronic Music Production. Mi raccontò delle sue giornate, era la prima volta che si approcciava al mondo della produzione, per cui passava la mattina a scuola ed il pomeriggio ad allenarsi proprio in quest’ambito. Non smise però di lavorare per alcuni clienti italiani e una/due volte almeno al mese suonava nel basement di un Hotel, per un party organizzato da amici.

L’esperienza americana fu un altro grande bagaglio: la scena locale lo colpì molto, e fu anche un’occasione per vivere in prima persona quella cultura di cui era appassionato fin da ragazzino, la cultura hip hop. Andò, ad esempio, al Santos, un locale dove la domenica facevano dei remember di serate storiche come il Body n’ Soul, oppure il Paradise Garage. Qui vide tutti i ballerini, ormai di una certa età, vestiti ancora con quelle tute tipiche di fine anni 70, che ballavano tra di loro donando un forte senso di comunità.

“Ho toccato con mano quelle situazioni che stavano ricreando, ho sentito quelle vibrazioni così potenti”, mi disse.
Tommy l’ha sempre fatto: ha sempre cercato di vivere l’atmosfera che i generi musicali che più lo appassionavano, portavano con sé.

“Suono come un dj di New York ma che abita in Europa”, mi disse sorridendo.
Dopo l’esperienza americana, Tommy tornò in Italia e si trasferì definitivamente a Milano. Nel 2011 raggruppò i suoi amici più stretti, con cui aveva più affinità a livello musicale, ed insieme a loro organizzò i primi party di Futureground. In quel periodo Tommy seguiva molto il filone della Brainfeeder, l’etichetta discografica di Flying Lotus, tant’è che, durante il suo viaggio americano, decise di andare proprio a Los Angeles per il suo compleanno. Partecipò qui alla serata One Theory, dove vi erano Flying Lotus, The Gaslamp Killer, Thundercat, e molti altri. Quella della Brainfeeder fu una delle avanguardie più interessanti di quel periodo per Tommy e ne prese ispirazione per il suo nuovo progetto.

Il primo evento targato Futureground si fece al Tunnel di Milano, a novembre, di giovedì sera: gli invitati furono Kutmah e Samiyam.

E così una volta al mese iniziarono a fare dei party itineranti, portando nella città le novità più calde del periodo. Si trattava di veri e propri live elettronici, di matrice americana, soprattutto losangeline, a cavallo tra funk e hip hop.
Futureground regalò a Milano dei party incredibili, in 4/5 anni di attività, con artisti altrettanto incredibili.

Esaurita l’esperienza del Futureground, dal 2014 Tommy, insieme ad altri artisti e produttori locali, come Diego Montinaro, il suo attuale socio, e Fabio Visocchi, avviò il progetto di Jaxx Madicine.
Porta avanti tutt’ora tale progetto, non tralasciando però il suo percorso artistico personale come Turbojazz: i Jaxx Madicine lavorano sia singolarmente, sia in gruppo, e nel frattempo si sono fatti conoscere attraverso la loro etichetta CT-HI Records e non solo.

È molto soddisfatto di questo progetto, lo si vedeva e percepiva. Mi parlò del loro EP di debutto, del primo album uscito da poco, e soprattutto del tour in Giappone programmato per dicembre, 4 date tra Tokyo, Kyoto e Osaka.
Trascorremmo una splendida giornata insieme, con l’augurio di incontrarlo molto presto, dietro la consolle.

Sara Parsani

Sara Parsani

Laureanda presso la facoltà magistrale di Editoria, culture della Comunicazione e Moda presso l'Università degli studi di Milano, Sara Parsani si è sempre occupata della stesura di articoli a tema musicale, come freelance, relaziondandosi direttamente con gli artisti, occupandosi di interviste e di recensioni alle nuove uscite di brani e album. Attualmente vive tra Bergamo e Milano, con partecipazione attiva alla vita notturna proposta dal territorio.

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